4a Divisione Alpina Cuneense  
Campagna di Russia

Testimonianze dei Reduci.
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Testimonianza di Egidio Franzini, Tenente degli Alpini del 1° Reggimento, tratta dal suo libro “In Russia”. Stamperia Editrice Zanetti, Venezia, 1946

17 gennaio, tramonto. Lasciamo il fronte e ripieghiamo a scaglioni successivi verso il centro raccolta del 1° Alpini. Nei pressi di Topilo la pista è ingombra, congestionata. Il freddo è intenso, oltre 30 gradi sotto zero, ma non lo sentiamo tanto siamo eccitati. Più avanti si nota un senso di orgasmo generale. I reparti sono disciplinati e gli uomini ancora freschi. Ma si deve cominciare ad alleggerire le slitte; la pista si cosparge di cassette, di barili, di zaini. Puntiamo verso Nowa Kalitva dove ci incontra il generale Battisti. Stiamo per essere accerchiati. Avvengono i primi scontri con pattuglie russe. I reparti si accavallano. Ecco i primi morti. Sono fermi ai lati della pista, seduti nell’atto di pisolare. Quando cerco di scuoterne uno lo sento freddo e lo vedo cadere di fianco, senza reazione, assiderato; e altri ancora. Incrociamo reparti russi in avanzata. Quando ci scorgono urlano ebbri, ci esplodono le armi addosso. Avviene un incidente. Un soldato mette un piede su una bomba sepolta nella neve la quale scoppia tra noi e loro. Urla di feriti. I russi pensano ad un nostro attentato. I russi mettono nelle nostre file un confidente che parla italiano. La divisa italiana si confonde benissimo con la massa. Camminiamo verso Rossosc che raggiungiamo. Per la strada lunghe colonne di carri armati pesanti con soldati ebbri dalla vittoria. I cingoli ci sfiorano paurosamente. Qualcuno dei nostri soldati viene maciullato così, per ischerzo.

All’entrata in Rossosc la colonna viene fatta inoltrare verso est. Incomincia il calvario; spesso senza motivo alcuno i russi ci sparano addosso. Molti cadono. Gli innocenti soldati italiani, a decine, si abbattono sulla neve. Spesso incontriamo dei gruppi di russi avvinazzati. Ci vengono vicino, ci sputano addosso, ci picchiano, sparano. Non vedono che siamo dei prigionieri innocui? E la famosa fratellanza verso il proletariato mondiale? No, noi non siamo delle persone; noi siamo delle cose, dei bersagli da tiro a segno. Ma neanche i nostri aguzzini sono delle persone. Essi sono delle belve. Mentre si marcia ci fanno sostare, di tanto in tanto a distendere sulla neve. Dei poliziotti corrono in mezzo a noi con le pistole in pugno, preceduti da cani vigorosi e feroci. La strada si cosparge di cadaveri, nudi, mutilati. Alla fine di ogni tappa dormiamo all’aperto o in stalle, gli uni accanto agli altri, per riscaldarci col nostro stesso calore, col nostro fiato stesso. E così marciamo per giorni. Impossibile descrivere queste marce. Si va senza ricevere alcun alimento, con 35 gradi di freddo, angariati e tormentati da russi che tutto possono sul nostro corpo. Nessuno li controlla. Nessuno ci protegge. Chi potrà credere che abbiamo marciato per sette dieci giorni mangiando solo qualche boccone di pane offertoci dalla popolazione?. E del resto, se me lo avessero raccontato altri, se non la avessi io stesso vissuta questa avventura certamente non crederei. Ma noi reduci, noi ex prigionieri dell’ARMIR lo sappiamo bene tutti quanto abbiamo patito e quanto abbiamo resistito!

Siamo al settimo giorno di marcia. Sono completamente privo di forze, i baffi, la barba, i capelli sono diventati un solo blocco di ghiaccio che mi attanaglia il volto. Mi sento il cuore cedere e la testa leggera. Mordo la neve a larghi bocconi per stancare le mandibole e far tacere i crampi al ventre. Non capisco più nulla, vaneggio, deliro…Dicono che chi non parte viene freddato dalla scorta. Facciano pure…Giungiamo a Vorobioka, vengo ricoverato nell’ospedale che non è nient’altro che una baracca di legno. Non c’è organizzazione né disciplina. Per far presto ti pestano, ti torturano. Ad ogni bagno perdiamo tre, quattro uomini; restano morti sui tavoli del bagno. Il cuore cede e trac, senza rumore, il giovane che ti parlava sino a qualche momento prima è già freddo a terra. Il dottor Ferrarini (del comando Divisione Celere) medica ed opera nel mezzo della baracca-ospedale; una vecchia panca ed uno sgabello formano il suo gabinetto chirurgico. Il congelamento ha fatto e fa strage dei nostri arti. Piedi gonfi, marci, dai quali esce un fetido siero purulento. E senza anestesia, senza conforti bisogna operare, tagliare, asportare le parti necrotiche cancrenose. Vi sono anche le tigri. Ci guardano due giovani soldati siberiani, comandati da una sergentessa. Si divertono, all’ospedale a pestare sadicamente le piaghe dei malati, farli urlare di dolore. Battono col calcio dei fucili i moncherini di questi poveri cristi senza difesa. In preda al delirio un ungherese si allontana dal baraccone. Al mattino dopo, rientrato in sé, il disgraziato si presenta all’ospedale da solo. La sergentessa se lo prende con calma, lo conduce alla buca dei morti. Ne fa un bersaglio per il suo fucile. Spara diversi colpi finché uno raggiunge alla testa il malato e lo ammazza.

Dall’ospedale-baracca Egidio Franzini venne poi condotto nel gulag di Kalac…. 1° Maggio. La festa del Lavoro si svolge mentre nel campo c’è un’atmosfera di terrore. Un giovane siciliano addetto a lavori mentre attraversava il piccolo prato accanto alla cucina, è prelevato da una guardia avvinazzata che l’ha costretto a distendersi a terra e senza alcun motivo lo ha freddato con tre copli di fucile alla testa. Io stesso l’ho visto, al mattino in una pozza di sangue. Ecco come si muore. La nostra vita vale zero, meno, questa, del pidocchio che mi circola sul guibotto. 9 maggio. Veniamo caricati su di un treno. Tutto il campo viene evacuato. Al nostro arrivo eravamo circa 900; a questi se ne aggiunsero molti rastrellati nei villaggi, nel colcos. Ripartiamo in circa 200. Gli altri sono tutti morti in due mesi.

Dove siamo ora ci giunge regolarmente “L’Alba”; è il giornale per i prigionieri di guerra italiani, edito a Mosca per conto del Governo Sovietico, diretto da comunisti italiani nell’URSS. Vi collaborano i principali esponenti del comunismo italiano, Ercoli (Palmiro Togliatti),

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La storia del reduce Giovanni Riba,  di Giovanna Giannini

Giovanni Riba nacque a Cuneo nel 1919. Fino allo scoppio della guerra era un contadino. Fu reclutato nel 1939 con la diciannovesima compagnia del Battaglione Dronero. Il 6 giugno 1940 nell’alta Valle Maira cominciò la sua terribile avventura. Dopo alcuni giorni si ammalò gravemente e dovette rimanere quasi un anno in convalescenza. Una volta guarito nell’aprile del 1941 fu inviato in congedo come tutti quei soldati che avevano avuto almeno 180 giorni di convalescenza. Ma il 1° aprile del 1942 fu richiamato nuovamente dal suo battaglione. Da subito cominciarono a circolare delle voci di un possibile trasferimento in Russia, voci che presto divennero realtà. Il 31 luglio 1942 alle sei di mattina con la sua compagnia lasciò Dronero. La partenza si svolse in un clima di festa, con la gente che per strada festeggiava il loro passaggio offrendo del vino.

Come lo stesso Riba ricorda in treno quell’euforia svanì presto. Dopo alcuni giorni di viaggio arrivarono alla stazione di Stalino, dove sostarono un’intera giornata. Seguirono 33 giorni di marcia per raggiungere il < bosco dei topi> e finalmente 3 giorni di riposo, trascorsi però sotto la costante minaccia degli aerei russi che volavano a bassa quota. Ripartirono in camion e dopo 24 ore di viaggio proseguirono a piedi in una marcia notturna. Il 26 settembre 1942 giunsero sul Don. Riba era il telefonista del battaglione e il villaggio nel quale alloggiò era disabitato e in buona parte distrutto. Gran parte del tempo lo trascorse in un bunker sotto terra. Il 16 gennaio 1943 abbandonò con i suoi compagni quel villaggio e ricominciò a marciare, destinazione Rossosc. Qui il paesaggio era ancora più desolante. C’era un continuo movimento di cannoni e civili russi che scappavano su delle slitte. Era difficile per loro soldati capire quello che stava accadendo. Nel frattempo man mano che si procedeva nella marcia ci furono i primi morti per congelamento. Dopo 3 giorni di faticoso cammino arrivarono a Popovka dove sostarono dalle dieci di mattina fino a sera tardi e ne approfittarono per abbandonare altri soldati morti congelati.

Era un’operazione penosa ma necessaria perché, come ricorda lo stesso Riba, sarebbe stato altrimenti difficile proseguire trascinando dei cadaveri. Nella notte ripresero a marciare e dovettero oltrepassare anche un fiume ghiacciato. I proiettili vi avevano aperto delle buche dove alcuni soldati caddero e morirono. Dopo alcuni giorni di stasi vennero informati che i russi erano nelle vicinanze e che presto avrebbero attaccato. Stesi sulla neve videro il nemico avanzare e cominciarono a sparare. Riba si trovava con il tenente Aldo Paschiero vicino ad un ponte. A 50 m da lui c’era un soldato ferito che gridava da ore sempre la stessa frase : " Dite ai miei che non torno a casa". Nel pieno della notte arrivò l’ordine di ritirata. Il mattino seguente le autoblinde russe bloccarono nuovamente la loro colonna. Ci fu un breve scontro ma alla fine poterono riprendere il cammino, ma nella notte subirono un altro attacco. Tentarono per tre volte di rifugiarsi in un villaggio, ma i russi sparavano anche dalle case. Finalmente all’alba riuscirono a raggiungere un altro paese vicino. Riba entrò in un’isba e si stese vicino ad un forno per avere un po’ di calore. Alle otto di mattina assieme ai suoi compagni venne catturato. Fu incolonnato e messo in marcia sotto la neve. Camminò fino alle due del mattino finché non raggiunsero il campo di concentramento di Valujki dove c’erano 12.000 prigionieri. Fu perquisito e rinchiuso in una baracca di legno.

Data la scarsità di cibo mangiava muli morti e scambiava con i soldati russi quel poco che aveva in cambio di pane. Dopo 27 giorni di prigionia di quei 12.000 restarono solo 4.000 prigionieri. Morivano dai 700 agli 800 soldati al giorno. Oltre al freddo molto dipendeva dalla scarsa alimentazione. IL cibo in quei 27 giorni venne distribuito 5 volte e solo a chi era sano, ma la popolazione locale li aiutava fornendo di nascosto barbabietole e patate. Quei 4.000 superstiti vennero poi trasferiti altrove. Condotti in stazione, prima di essere rinchiusi in un vagone, rimasero un’intera giornata fermi sotto la neve. Furono sistemati 70 prigionieri in ogni vagone. La razione giornaliera di cibo consisteva in una pagnotta di 4 kg da dividere tra otto persone. Rimasero chiusi in quei vagoni 7 giorni e siccome l’acqua spesso non veniva distribuita, leccavano le parti in ferro del treno. Si approfittava delle soste per vendere, attraverso i finestrini, i propri effetti personali per avere in cambio qualcosa da mangiare. Trascorsa una settimana vennero aperti i vagoni ma solo per gettare i morti. Riba ne approfittò per scendere di nascosto dal treno e riempire alcuni barattoli di acqua, ma mentre stava risalendo un soldato russo lo colpì alla testa e gli fece disperdere l’acqua. Il viaggio riprese e il nuovo rancio consisteva in 100 g. di pane secco, 20g di burro e un pezzo di aringa da dividere tra 4 persone. Dopo 4 giorni di viaggio arrivarono a Tambov. Qui furono messi di fronte alla scelta se proseguire il viaggio in treno o fermarsi. Riba e altri 300 soldati italiani scelsero di non proseguire il viaggio. Dopo 4 km di marcia giunse al nuovo campo di concentramento dove fece amicizia con una cuoca italiana di Cuneo.

Questa amicizia gli permise di avere sempre qualcosa da mangiare e soprattutto di avere informazioni dall’Italia. A Tambov erano in 32.000 e ogni nazione aveva la sua baracca. Nel campo il pericolo numero uno erano le malattie, infatti a causa del tifo morivano circa 700 persone al giorno. I morti venivano trascinati nudi su slitte, condotti nei boschi e gettati in enormi buche scavate dagli stessi prigionieri nella terra dura e gelata. Giovanni Riba era tra quei prigionieri addetti al seppellimento dei morti e raccontò che spesso dovevano accendere dei fuochi per scaldare la terra e scavare meglio. Solo il giorno di Pasqua del 1943 ne sotterrò 170. I cadaveri venivano mischiati tra loro nelle fosse perdendo così ogni nazionalità, ecco perché ancora oggi non si può sapere con certezza chi è morto in Russia. Dopo l’8 settembre i russi promisero agli italiani che presto sarebbero tornati a casa, invece rimasero in quel campo altri due mesi. Il viaggio di ritorno in Italia non fu facile. Nel suo treno c’erano 1800 italiani e giunti in Mordovia vennero nuovamente smistati in vari campi. Riba fu rinchiuso nel campo 56/3. Il suo lavoro consisteva questa volta nell’abbattere degli alberi e nel fare delle scarpe con la corteccia di alcune piante. Gli alloggi erano dei baracconi lunghi 25m e alti 2 piani. Ogni baracca conteneva dai 1300 ai 1500 prigionieri. Le giornate trascorrevano al lavoro nei boschi, e spesso gli alberi da trasportare erano talmente grandi da richiedere per il trasporto anche 90 uomini. Ogni sera sul piazzale del campo veniva effettuato il controllo dei prigionieri che durava in media 15 minuti. Molte volte l’appello avveniva con temperature che scendevano anche sotto i 40°. Il 7 agosto 1945 cominciarono a partire i primi soldati italiani e Giovanni Riba fu tra questi. Partirono in 300 e dopo circa 6 km di marcia giunsero alla stazione.

Ogni 25 prigionieri c’era una sentinella. Dopo un’intera notte passata sotto la pioggia ad aspettare l’apertura dei vagoni , il viaggio cominciò. Arrivati in Romania, a Bucarest, i prigionieri vennero condotti in un campo internazionale, dove solo per bere bisognava fare una coda di 200 metri. Dopo due settimane di permanenza, prima di ripartire, vennero fatti sfilare nudi dalla cintola in su con le braccia alzate. I russi esaminavano attentamente le ascelle di ognuno di loro per vedere se si nascondessero delle SS. I soldati tedeschi avevano infatti un marchio tatuato proprio in quel punto. Qualora venivano trovati venivano picchiati e rispediti in Russia. Alla stazione di Bucarest i prigionieri godettero di alcune ore di libertà. Girovagando per la città Riba incontrò una famiglia italiana che gli dette ospitalità e al ritorno in treno riuscì a barattare due sue camicie con una battaglia di grappa. La fermata successiva fu in Ungheria. Qui la sosta durò ben 5 giorni. Siccome l’attesa si era fatta insostenibile, Giovanni Riba si allontanò dalla stazione. Giunse in un villaggio dove venne ospitato da una donna che gli preparò un abbondante pranzo. Al ritorno in stazione però il suo treno era già partito. Recatosi dal capostazione per avere delle spiegazioni, scoprì che la sua tradotta avrebbe raggiunto un binario distante da lì 3 km. Ma giunto al binario si accorse che il treno era già passato. Dopo un’intera giornata riuscì finalmente a salire al volo su di un treno. Arrivato alla stazione di Budapest riconobbe la sua originaria tradotta e riuscì a salirvi sopra proprio mentre si stava avviando. Era ormai convinto che presto sarebbe ritornato a casa, invece dovettero passare ancora altri 100 giorni. A Berlino infatti successe un fatto inspiegabile: il suo treno cambiò binario e ritornò indietro a Francoforte. Riba vi restò 30 giorni chiuso in un campo di smistamento diretto dai russi prima di ripartire . A Innsbruck ci fu un’altra sosta dove venne denudato e spruzzato con un liquido disinfettante. Il 14 novembre 1945 arrivò a Bolzano e poi a Pescantina dove ricevette 2400 lire ed abiti nuovi. Da Torino giunse a Cuneo dove venne accolto in un convento di suore. Dopo alcuni giorni di permanenza finalmente tornò a casa sua dove venne accolto da una terribile notizia. Suo fratello Francesco, comandante partigiano delle formazioni GL della Valle Maira, era stato ucciso dalle Brigate nere. Molta gente volle sapere della sua esperienza in Russia, ma preferì tacere. Lui stesso in un’intervista dirà di aver vissuto un’avventura talmente inverosimile al punto da non sembrare vera neanche a lui. Lo Stato gli riconoscerà una pensione di guerra di quinta categoria.

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In quelle terre inospitali, di cui erano gli invasori, gli italiani trovarono il modo di farsi ben volere. «Quando eravamo lontani dal fronte aiutavamo i contadini, povera gente, a raccogliere il frumento. Il loro atteggiamento per noi era una cosa commovente: di solito non mettevamo il cappello con la penna per non farci individuare dai partigiani, ma avesse visto come ci hanno accolto le donne e i giovani quando siamo arrivati a Rossos... In quelle terre vivevano i cosacchi del Don, molti erano nomadi, gli uomini passavano il tempo a bere mentre le donne lavoravano nei campi. Ci hanno trattato davvero come amici, non come nemici». E i tedeschi? «Ah, quelli no, guai, non li potevano vedere».

I cannoni, poi, erano antiquati 105/11 presi ai greci nel ’41. Malvestiti, male armati, «mutilati» di una batteria, i soldati italiani avevano il fucile 91 (dall’anno di produzione, il 1891) modificato nel ’38, ad un colpo solo. «Dall’altra parte, i russi avevano il Parabellum, automatico con 32 colpi, pensi no. Siamo stati mandati là proprio allo sbaraglio».

dove gli alpini rimasero fino al 17 gennaio, un mese dopo il ripiegamento di tutte le altre divisioni. «I tedeschi ci hanno sacrificato mentre ripiazzavano il fronte più a ovest, sul Donez. I russi hanno avuto un mese per circondarci. Dal 17 al 26 abbiamo fatto 11 combattimenti per uscire dalla sacca: l’ultimo, a Nicolajewka, iniziato al mattino, fu un vero macello. E il giorno prima c’era stata un’altra dura battaglia a Nikitovka. Ricordo che qui ci siamo addormentati per 23 ore in un’isba e siamo stati svegliati dai russi entrati di sorpresa. Siamo usciti abbandonando i fucili, le uniche armi che ci erano rimaste, e avevamo solo alcune bombe a mano. A Nicolaevka a sfondare più che altro è stata la massa, roba da non credere: eravamo alcune migliaia, i russisi sono aperti e noi siamo passati. Alle undici di sera abbiamo dovuto rimetterci subito in marcia perché i russi ci seguivano ancora».
Quando siamo arrivati, erano le 6 del mattino, hanno suonato l’allarme: non volevano che la popolazione vedesse in che condizioni eravamo. Vestivamo solo coperte, anche ai piedi, dopo che per disinfestarci dai pidocchi avevano distrutto i nostri abiti».

Aldo Corti aveva allora 20 anni ed era sposato. Nato a Montefiorino, sull’Appennino modenese

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Testimonianza di Giovanni Battista Fissore (dedicate alle care nipotine Fabiana e Francesca)

Fui destinato al IV Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Pinerolo, Divisione Cuneense nel marzo 1940. Il IV Regg.to Art. Alpina venne costituito nel  1934 contemporaneamente alla formazione della IV Divisione Alpina Cuneense. Le Divisioni Alpine erano a quell'epoca:

I              Divisione Alpina Taurinense

II             Divisione Alpina Tridentina

III        Divisione Alpina Mia

IV         Divisione Alpina Cuneense

Nel 1935, con l'inizio delle operazioni in Africa Orientale, viene costituita la V Divisione Alpina Pusteria, subito impiegata in Abissinia. Il IV Regg.to Art. Alpina partecipò in Africa Orientale alle operazioni con la 11° Batteria del Gruppo Mondovì, II 1° settembre 1939 ha inizio la II Guerra Mondiale con l'invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche.

L'Italia mantiene la posizione di non belligeranza fino al Giugno 1940, II 10 Giugno 1940 anche l'Italia entra in guerra. Premetto che l'armamento in dotazione a noi Truppe Alpine era composto dal fucile 91, già usato dai nostri padri nella guerra '15-' 18 contro gli Austriaci; le batterie dell'Artiglieria Alpina erano dotate delll'obice 75/13, preda bellica della guerra '15-' 18, prodotto dalle officine Skoda in Cecoslovacchia. Con questo intendo far rilevare l'insufficiente preparazione dell'Italia ad affrontare qualsiasi conflitto. Noi del IV Regg.to eravamo accampati sopra Frabosa Soprana quando ricevemmo l'ordine di andare sul fronte francese; a tappe forzate raggiungemmo l'alta Val Maira con gli Alpini del 1° e 11° Regg.to,

La 9° Batteria alla quale io appartenevo ebbe l'ordine di proseguire e piazzarsi all'imbocco della valle dell'Otoré, nei pressi di tre fortini francesi ed aprire il fuoco per facilitare l'avanzata degli Alpini verso il fondo valle. Eravamo a circa 4000 mt. di altezza e per arrivare alla zona predestinata, dovevamo scendere per un ripido pendio ove la neve ghiacciata era alta. I muli, sui quali erano caricati   i   pezzi   che  compongono  l'obice,   sprofondavano   e   non   riuscivano   a proseguire. Furono allargati dei teloni sulla neve sui quali vennero coricati i muli uno alla volta facendoli così scivolare nel telone sulla neve per tutta la lunghezza del canalone fino ad una mulattiera percorribile. Con lo stesso sistema trasportammo tutto il materiale che avevamo.

Devo spiegare  che l'obice 75/13 è composto da più pezzi: bocca da fuoco, testata, etc. -smontabile-; viene caricato ogni pezzo a dorso di mulo e si deve arrivare in qualsiasi punto della montagna (in quanto dove non arriva il mulo arriva l'Artigliere Alpino, portando lui stesso il pezzo a spalla)   poi   si rimonta ed è pronto per il puntamento e lo sparo. Cercando di passare nei sentieri più nascosti arrivammo la sera del 23 Giugno in una zona che il nostro bravo Comandante Capitano Penna ritenne valida per piazzare i nostri pezzi 75/13 e sparare sui fortini "il giorno dopo". Era tardi, avevamo consumato quelle poche gallette che ci erano rimaste e ci sistemammo alla meglio sotto le rocce per passare la notte. Verso le 5 del mattino (24 Giugno - S. Giovanni Battista giorno del mio onomastico) sentendo la necessità di muovermi   per sgranchirmi, esco dalla nicchia e dopo aver gironzolato un po'  incontro il Capitano Penna il quale mi dice: " una buona notizia, Fissore, i Tedeschi, sono già a Parigi, hanno sottoscritto l'armistizio con la Francia" Per

fortuna nostra prima che fosse cominciata era finita: Sia lodato il Buon Gesù...... Comunicai al mio gruppo del III0 pezzo la lieta notizia e non passò un quarto d'ora che tutto l'accampamento era in piedi. Con immensa gioia ci raggruppammo per commentare la notizia, era il 24 giugno -S. Giovanni Battista e con alcuni amici decidemmo di andare a trovare i Francesi nei fortini. Fummo accolti con calore insperato, avevamo fame, ci diedero del cioccolato: Alcuni di loro erano stati a Torino per lavoro o per studio e parlavano un dialetto torinese perfetto. Io non avevo ancora compiuto vent'anni e quanto mi  stava succedendo mi turbava. Mi domandavo perché eravamo andati a combattere contro gente così buona. Ci salutammo amichevolmente ed uno di loro disse: "Noi abbiamo perso la guerra, ma abbiamo finito, Voi avete vinto, ma non avete terminato". Quanto aveva ragione! ! ! ! Per noi seguì il fronte greco/albanese e l'incomprensibile fronte nella steppa russa: muli contro carri armati.

Nell'autunno fummo mandati in Gamia, si parlava di operazioni contro la Jugoslavia, ma non successe nulla così ci fecero rientrare nella nostra caserma di Cuneo, il 28 ottobre 1940 ebbero inizio le operazioni contro la Grecia. Noi fummo inviati in Albania nel mese di dicembre per prendere parte al confflitto. Partimmo da Cuneo con un convoglio ferroviario che ci portò a Bari dove rimanemmo circa dieci giorni in attesa di essere imbarcati sulle navi per raggiungere il porto di Valona in Albania. Il primo giorno di  sosta a Bari, girando per la città con alcuni amici commilitoni in libera uscita, ci trovammo davanti ad un caffè-bar con orchestra e poiché a tutti piaceva la musica prendemmo posto ad un tavolo ordinando la bevanda meno costosa (allora i soldini scarseggiavano). Nel nostro gruppo c'era un mio caro amico -Tonio Costamagna- bravissimo batterista che, trascinato dalla musica, non si trattenne dal chiedere al capo orchestra di farlo provare. Prese posto alla batteria e si esibì talmente bene che fu invitato  a suonare con l'orchestra tutte le sere della nostra permanenza a Bari. Tonio si esibiva attirando i clienti ed il proprietario ci offriva pasticcini e bevande gratis, contento dell'afflusso di clienti attratti dal batterista prossimo alla partenza per il fronte greco/albanese.

La sera del 24 Dicembre fummo imbarcati; era un convoglio di cinque navi e qualche piroscafo di scorta e salpammo per il porto di Valona (Albania). Verso il mattino, non lontani dal porto di Valona, il sibilo delle   sirene delle navi bruscamente  ci  svegliò.  Indossammo il   salvagente  e  corremmo  in  coperta.  I sommergibili inglesi avevano lanciato siluri contro il nostro convoglio. La nave Firenze fu colpita e stava lentamente imbarcando acqua. Malgrado l'ordine fosse di rimanere sulla nave, parecchi Alpini si gettarono in mare, qualcuno fu ripescato altri no. Intanto si era avvicinato uno dei piroscafi di scorta per imbarcare gli uomini rimasti sulla nave colpita. Altri piroscafi davano la caccia ai sommergibili inglesi lanciando bombe di profondità. Noi sulla nave Italia fummo fortunati poiché il Comandante, il quale aveva avvistato il siluro  che ci era stato lanciato contro, con un colpo di timone cambiò la rotta in modo che il siluro ci sfiorò senza colpirci. Con le altre tre navi, fortunatamente indenni, raggiungemmo il  porto di Valona, dove sbarcammo con tutto l'armamento accampandoci in un uliveto sopra il porto. Era il giorno di Natale 1940, il mio primo Natale lontano dai miei cari genitori, fratelli e sorella.

Qualche giorno dopo partimmo per il fronte raggiungendo la zona di Brataj, dove prendemmo posizione con i nostri pezzi 75/13, in appoggio agli Alpini che dovevano andare all'attacco della postazioni greche per poi avanzare in territorio albanese verso la conquista della Grecia. Premesso che io ero puntatore al pezzo, devo spiegare che l'obice spara con una traiettoria inferiore al mortaio, superiore al cannone, e la distanza tra i due deve essere calcolata molto esattamente in montagna, dove l'obiettivo da colpire non è visibile dalla postazione del pezzo. Si fa quindi riferimento ai dati ricevuti dal gruppo di vedetta, il quale giunto in posizione di avvistamento del nemico, comunica il punto detto "falso scopo" sul quale puntare e sparare. Entrammo subito in azione e seguendo i dati di puntamento dall'osservatorio, caricai e puntai sul "falso scopo" ordinando ai tiratori di far fuoco. Rimanemmo in quella postazione per diversi giorni sparando anche a zero, ci furono giorni di poggia e grandine, ma nulla ci fermava, si doveva sparare. io ero al III0 pezzo della 9° batteria; il puntatore dopo ogni colpo sparato controlla che il pezzo sia ancora esattamente puntato prima di ordinare al tiratore di far fuoco. Mi ero scordato di spiegare alcune cose che qui aggiungo per una conoscenza più completa. Sparare a zero significa che il nemico ha attaccato e non è lontano, quindi più colpi si sparano e più si impedisce l'avvicinamento. Coordinando puntatore, timoniere (colui che sposta la coda dell'obice in base alle indicazioni del puntatore per puntare sul falso scopo) e tiratore, si riescono a centrare più colpi.

Sicuramente, con la fretta di sparare più colpi nel minor tempo possibile successe che, a seguito di uno spostamento di coda prima che fosse ben fermata a terra, partì il colpo e la granata scoppiò prima dell'obiettivo calcolato. Questo errore indusse i nostri Comandanti a pensare che in noi -puntatori al pezzo-fosse subentrata la paura. Ma non era così infatti, precedentemente ero stato leggermente ferito e necessitavo di essere medicato presso il reparto medico. Mi mandarono al reparto medico degli Alpini molto più lontano del nostro dell'Artiglieria Alpina e per raggiungerlo percorsi sentieri dì montagna molto pericolosi. Al ritorno, dopo essere stato medicato, riferii al mio superiore il quale chiese conferma dell'esattezza di quanto gli avevo comunicato. A distanza di tempo ne dedussi che volevano provare se avevo paura e senza saperlo lo avevo dimostrato. Chiedo scusa se racconto tutto quanto successe, Il puntatore è seduto sulla sinistra della bocca da fuoco, con cannocchiale panoramico per il puntamento, mentre il tiratore siede sulla destra con una leva che viene tirata per far partire la granata messa nella bocca da fuoco dal caricatore. Un giorno, dopo aver sparato ininterrottamente per molto tempo, vidi che al tiratore era uscito un rigagnolo di sangue dall'orecchio sinistro. Quando la polvere da sparo viene incendiata nella testata della bocca da fuoco per il lancio della granata produce un suono secco molto forte che gli aveva leso la membrana del timpano. io come puntatore non ebbi perdite di sangue dall'orecchio destro, ma col tempo mi accorsi che non sentivo i suoni acuti ed in ambienti chiusi quando più persone parlano contemporaneamente non distinguo le parole dell'interlocutore vicino.

Dalle due visite fatte allora (una dalla Dott.sa Garando) risultò che il nervo acustico, che dal timpano va al cervello, era leggermente leso, ma non era consigliato l'intervento per non rischiare di peggiorare l'udito. Intanto il nostro Capitano Penna aveva   pensato ad un'altra interessante azione: lasciare nella postazione dove si trovavano il III e IV pezzo e portare il I e II pezzo quasi in cima al monte in una posizione dove si poteva colpire il nemico con facilità. Arrivarono con i muli abbastanza vicino alla postazione poi a spalla gli Artiglieri Alpini fecero il resto. Questa azione ebbe successo in quanto riuscimmo a colpire l'accampamento greco una mattina all'ora della distribuzione del caffè e ne derivò un fuggì fuggì a gambe levate. A marzo ci spostammo verso la zona di Zorghian -Jugoslavia. Con la Grecia era finita. I tedeschi avevano occupato ance Atene e firmato l'armistizio. Nella zona di Zorghian il Gruppo Mondovì fu molto impegnato nell'aprile 1941 per la conquista di Dibra. Anche con la Jugoslavia era terminato il conflitto e ci imbarcammo nel porto di Durazzo per ritornare in Italia alle nostre sedi.

11 22 giugno la Germania attaccò la Russia e nel mese di luglio iniziarono le partenze per il fronte russo delle Divisioni Torino, Celere e Pasubio. Nei mesi di Febbraio, Marzo 1942 inizia l'approntamento della Cuneense per la Russia, II Gruppo Val Po del IV Regg,to Artiglieria Alpina viene ridotto a due batterie, la 72° e la 73°, che vengono dotate di cannoni da 105/11 in sostituzione del vecchio 75/13. Viene istituito a Vercelli un corso di specializzazione nella motorizzazione al quale mi iscrivo, lo frequento e vengo trasferito dalla 9° batteria al Comando Reggimento, quale graduato responsabile del nuovo reparto motorizzato del Comando. Per l'invio sul fronte russo il Comando Reggimento era stato dotato di N. 3 autocarri per trasporto materiale, N. 3 moto per portaordini e la macchina del Colonnello Oriandi. Le partenze per il fronte russo avvennero tra la fine di luglio e la prima decade di agosto 1942.

La mia nuova posizione nell'ambito del Comando Regg.to, non essendo più al pezzo, mi fece pensare alla possibilità di contatti con la gente del luogo. Allora decisi di comprare un vocabolario Italiano/Russo a Cuneo prima della partenza della tradotta. Russo con caratteri cirillici e Ialino, che mi fu utilissimo (ci sì arrangia da giovani, anche senza preparazione). Noi appartenenti al Comando Regg.to, con il nostro Comandante Col. Oriandi, lasciammo Cuneo il 2 Agosto con destinazione sul fronte dei Monti Urali nella regione del Caucaso. Giunti con la tradotta a Rostov eravamo convinti di andare sui monti del Caucaso destinazione stabilita. Ma prima della partenza da Cuneo era arrivato ai Comandi un contrordine con la nuova destinazione sul fiume Don. La nostra sorpresa fu grande in quanto  truppe alpine equipaggiate ed addestrate alla guerra in montagna avrebbero  dovuto scontrarsi  nella steppa russa con forze motorizzate e corazzate - muli contro carri armati - era insensato, Ancora oggi non riusciamo a capire come gli alti comandi militari di allora abbiano accettato questa decisione sicuramente sgorgata dalla mente di politici incapaci.

Verso il 15 settembre 1942 il IV Regg.to artiglieria Alpina raggiunse a tappe il fiume Don insieme ai reparti della Divisione, dopo circa un mese di marce giornaliere con i muli carichi di pezzi e materiale vario. Noi del reparto motorizzato con il Capitano Ronzoni andavamo in avanguardia per cercare il luogo più adatto all'accampamento notturno, quindi potevamo contare su di un certo numero di ore libere in attesa dell'arrivo dei reparti appiedati. Questo tempo mi fu molto utile per i contatti che riuscii ad avere con la gente russa, cercando di imparare la loro lingua aiutandomi con il vocabolario che avevo comprato a Cuneo. I contatti giornalieri con quella gente dal viso bonario, molto simili ai nostri contadini che vivono in campagna lontano dei ritmi delle grandi città, mi furono di molto aiuto perché riuscivo a capire quanto soffrivano per non poter esprimere i loro pensieri  a causa dei divieti imposti dal loro governo, specialmente per quanto riguardava la religione. Sempre per maggior -chiamiamola precisione o coscienza- voglio raccontare un fatto accaduto e che non ha nulla a che fare con la guerra. In una delle tappe di avvicinamento al fiume Don, andai con due compagni a bussare alla porta di un'isbà. Ci aprì un vecchietto e dopo i saluti chiesi se era possibile avere un pollo che naturalmente avremmo pagato. Lui lo preparò ma mi fece capire che non voleva nulla poiché loro non  potevano vendere o comprare poiché non circolavano soldi. Allora ricordando che avevo portato da casa dei pezzi di sapone per lavare la biancheria, gli lasciai il sapone e presi il pollo. Continuammo a parlare, io cercavo di raccontare della nostra bella Italia, della nostra religione, di un solo Dio per tutti e capivo che anche loro erano molto religiosi, ma ne parlavano solo dopo aver conquistato la loro fiducia. Avevo con me un'immagine della Madonna, gliela diedi, mi ringraziarono e mi chiesero un aiuto.

Era di pomeriggio e mi chiesero di tornare a casa loro la sera per aiutarli nel caso fossero di nuovo passati due soldati tedeschi che avevano visto le loro figlie e che avevano fatto capire che la sera sarebbero ritornati per intrattenersi con le barisnie (signorine). I miei genitori mi avevano insegnato a rispettare il prossimo, ad  aiutare in caso di bisogno e mai approfittarne se non condiviso. Tornai alla sera con due amici, vennero i soldati tedeschi a cercare le barisnie che si erano nascoste e la famiglia cercava di far capire che proprio non c'erano, Visto la loro insistenza ci alzammo tutti e tre noi soldati italiani dicendo "raus"" ed indicando la porta di uscita con fare minaccioso. Raus era l'unica parola di tedesco che conoscevamo e se ne andarono. Noi non avevamo mai visto le loro figlie e neanche chiedemmo di vederle, avevamo fatto del bene e ne eravamo lieti. Quella buona gente non sapeva come ringraziarci, ci salutammo augurandoci di non avere più guerre. Ritornando alle tappe di avvicinamento al fronte del Don, noi del Comando Regg.to raggiungemmo Solonzj a pochi chilometri dal fiume. Il Gruppo Pinerolo si stabilì a Stare Kalitva, il Gruppo Mondovì a Marabut, il Gruppo Val Po a Topiloed i reparti con munizioni e viveri furono dislocati nelle retrovie nella zona di Rowenki. Su tutto il fronte del fiume Don, ove le truppe alpine presero posizione, furono costruiti dagli stessi Alpini lunghi camminamenti sotto terra e locali dove poter vivere e combattere notte e giorno, nascosti al nemico ed abbastanza riparati dal freddo. Il lavoro compiuto dagli Alpini e dall'Artiglieria Alpina sul fronte del Don nei mesi prima del dicembre '42 fu così valido e sicuro che lo schieramento alpino, malgrado l'inferiorità dell'armamento, resse a tutti gli attacchi effettuati dai russi. Là nessuno è passato. Noi  del  reparto motorizzato  ci  costruimmo  a  Solonzj  un locale  seminterrato utilizzando tronchi di pino, rami intrecciati e paglia impastata con del terriccio argilloso  con il quale rivestimmo le pareti della nostra abitazione ed una specie di camino dove poter bruciare legna per scaldarci. Giornalmente i camion portavano rifornimenti di munizioni e viveri ai reparti dislocati nei vari punti ed i motociclisti consegnavano al nostro comandante col. Orlandi gli ordini del Comando dell'Armir Gen. Battisti. Aggiungo un altro avvenimento che avevo scordato di raccontare prima. Un giorno fui mandato col motociclista Cesco Milano (di Sanfrè) a portare ordini a truppe dislocate nella zona; girammo alla ricerca per un bel po' di tempo, ma inutilmente. Incominciò a piovere, le strade non erano asfaltate e la terra argillosa copriva le ruote della moto rendendole simili a dischi per cui si procedeva con molta difficoltà. Era quasi buio ma si andava avanti sperando di trovare almeno un accampamento militare per passare la notte, ormai eravamo appiedati e spingevamo la moto con grande fatica. Arrivammo ad un'isbà e dissi a Cesco: "tentiamo qui". Bussai alla porta, l'uscio lentamente lasciò uno spiraglio ed intravidi un vecchietto che, sentendomi salutare in russo, prese coraggio ed aprì. Io facevo del mio meglio esprimendomi con quanto avevo imparato nella lingua russa. Entrammo e ci accolse anche una vecchietta e ci offrirono i soliti semi di girasole abbrustoliti. Parlai dell'Italia, del nostro bel sole, dei nostri contadini e loro mi raccontarono che avevano quattro figli sotto le armi e che non avevano più notizie da quando erano partiti. Dissi loro dei miei anziani genitori a casa, dell'errore di fare le guerre e venne l'ora di riposare.

L'atmosfera era serena, volevano farci dormire nel loro letto, ma rifiutammo; accettammo invece con gratitudine il materasso che mettemmo per terra e dormimmo lì. Prima di dormire dissi a Cesco: "è gente buona, però facciamo un'ora di guardia ciascuno per maggior tranquillità". Mi chiese di farlo prima io perché era molto stanco, accettai, ma senza accorgermene mi addormentai, forse prima di lui, svegliandomi al mattino. I nostri buoni vecchietti ci avevano preparato un po'  di latte e ci chiesero di restare con loro come figli, perché nell'inverno "ormai prossimo" non avremmo attraversato la steppa. Compresi il senso di quest'ultima frase quando iniziammo la ritirata. Li   salutammo   ringraziandoli di cuore e con la moto rientrammo al nostro accampamento. Nel mese di dicembre '42 furono formati dei gruppi di intervento per ciascuna delle Divisioni Alpine. Alla Divisione Cuneense fu destinato a questo scopo il Battaglione Pieve di Teco del 1° Reggimento Alpini affiancato dalla Batteria di formazione "Viìlanova" composta da elementi provenienti da altre batterie. Verso la fine di Dicembre una  Divisione di fanteria non resse al massiccio attacco russo nella zona di Taly, per cui prese il suo posto la Divisione Mia,. Le truppe corazzate russe, dopo aver sfondato in quel punto del fronte, continuarono l'avanzata fino Kantemirowka- circa 70 Km. nelle retrovie si diceva.

Era il 14 Gennaio 1943 e da alcuni giorni il nostro Comandante Col. Orlandi non riceveva più ordini e non poteva più comunicare con il Comandante d'Armata Gen. Battisti. Dal fronte già ripiegavano le nostre truppe alpine passando sulla strada che da Solonzj portava a Rossosk. Il Comandante venne   nella nostra postazione a comunicarci che era necessario metterci in contatto con il Comando del Corpo d'Armata quindi decise di mandare a Rossosk con la sua macchina il Cap.no Ronzoni con il suo autista Tolozan ed i motociclisti Bianchi e Chicca per avere notizie. Partirono nella notte, attendemmo il loro ritorno fino al giorno 17, ma non ricevemmo più loro notizie. Dopo molto tempo ci fu comunicato che la macchina diretta a Rossosk era stata colpita quella notte da un proiettile di un carro armato. Lo stesso giorno, era domenica, le truppe alpine che tenevano il fronte sul fiume Don avevano già iniziato la ritirata (non perché cacciati dalle loro postazioni, ma perché i Russi avevano sfondato anche sul fronte tenuto dai Rumeni e stavano accerchiandoci) e verso le ore 17 il Col. Orlandi decise il ripiegamento anche del nostro reparto. Messo in moto un camion e fuori uso gli altri, dopo aver recuperato le moto ci accodammo ai mezzi che arrivavano dal fronte per dirigerci verso Rossosk dove arrivammo a notte inoltrata.

A Rossosk  trovammo un grande magazzino pieno di viveri e munizioni giunti dall'Italia per i rifornimenti delle truppe al fronte. Trovammo anche un grande concentramento di militari sbandati   appartenenti a diverse armi e nazioni che si trovavano in guerra senza ormai ordini né comandi. (L'avanzata dei Russi aveva interrotto i collegamenti tra alcuni reparti di servizio e le forze di combattimento). Anche noi ci trovavamo con il solo Capitano Scognamilio, in quanto sicuramente il Col. Orlandi aveva cercato di raggiungere il Gen. Battisti per coordinare le operazioni. Fatto il rifornimento di viveri nel magazzino di Rossosk, il nostro gruppo motorizzato partì con il camion con il Cap. Scognamilio. Purtroppo ci dovemmo fermare poco dopo di fronte ad un pendio che nessun automezzo era riuscito a superare. Abbandonato il camion, zaino in spalla, coperta legata  sopra, due bombe a mano e una pistola in tasca ci unimmo alla colonna appiedata composta da militari allo sbando. Speravamo che quanto prima si creasse un secondo fronte  per maggior sicurezza  e per poterci riunire ai nostri Comandi,   Superato il cimitero degli automezzi non cingolati, continuammo col Cap. Scognamilio a far parte della colonna che procedeva verso le retrovie sempre con la speranza di trovare quanto prima una seconda linea di difesa organizzata per contenere l'avanzata dell'esercito russo. Le marce di ripiegamento con militari di altri Paesi, sbandati come noi, continuavano giorno dopo giorno. Di notte cercavamo riparo nelle isbe dove si dormiva in piedi o accovacciati quando si trovava ancora posto. Eravamo fortunati quando ci potevamo sistemare intorno ad un pagliaio che bruciava per sentire un po' di caldo, mangiando gallette, pane e formaggio che ci eravamo procurati Rossosk. Giungemmo così nei pressi di un villaggio dove erano accampati militari con i loro comandi ed alcuni di loro erano fermi per vedere la nostra colonna in arrivo. Ad un certo punto mi sentii chiamare per nome, era Pierino Giacosa mio amico e coetaneo di Bra. Ci abbracciammo con affetto. Lui mi chiedeva di fermarmi con lui mentre io cercavo di convincerlo a proseguire fino a quando eravamo ancora in forze. Ma dopo un secondo ferreo abbraccio ci separammo augurandoci buona fortuna. Lui non tornò in Italia ed io, ogni volta che passavo davanti alla tomba della sua famiglia, non vedendo la sua foto ricordo ne parlai a suo fratello Carlo e da allora c'è la sua foto in divisa che tutti possiamo salutare. La nostra ritirata continuava diventando sempre più pesante. Subivamo continuamente perdite a causa degli attacchi delle truppe corazzate, russe; piccoli aerei giornalmente ci sorvolavano mitragliando e causando morti e feriti. Avevamo terminato la scorta di viveri e la fame si faceva sentire insieme alla stanchezza, ma guai a perdere il morale pensando ai nostri cari a casa, tutto sarebbe crollato.

Per i morti non c'era più nulla da fare, restavano là nella neve. Cercavamo di trovare una slitta per i feriti per trasportarli almeno al riparo in qualche isbà sperando nella pietà di quella brava gente russa. Noi avevamo fame ed eravamo stanchi, cercavamo cibo ovunque e trovammo anche un muletto per il traino della slitta per riposarci un po' a turno, continuando il cammino nella colonna. Prima ancora che mi venisse questa idea il Gap. Scognamilio mi chiamò da parte e mi chiese di continuare la ritirata col piccolo gruppo di uomini rimasti ed incoraggiandomi mi abbracciò e mi salutò con un "Buona Fortuna". Contraccambiai con un po' di amarezza per la perdita del suo appoggio. Lo vidi prendere un'altra direzione e pensai che andasse a raggiungere il Comando di Corpo d'Armata. Non ritornò in Italia e non seppi più nulla di preciso sulla sua sorte.. Eravamo rimasti un gruppetto di sette uomini, venutisi a trovare in una colonna di migliaia di militari di nazioni diverse, ormai sbandati e non più appartenenti a reparti efficienti, obbligati a prendere iniziative per difendersi da qualsiasi attacco e tentare di risolvere i tanti problemi che si presentavano. Come già accennato, ben poco  si poteva fare contro i piccoli aerei che venivano a mitragliarci se non buttarci a terra a cercare riparo sotto qualche carro, uno sopra l'altro facendo mucchio e sovente non tutti si rialzavano o non tutti indenni. I carri armati spuntavano all'improvviso dai boschi e l'unica nostra difesa era infossarci nella neve ed attendere che fossero abbastanza vicini per non essere più sotto tiro, poi di corsa saltarci sopra, aprire la torretta e buttare dentro una bomba a mano. L'impresa era disperata, ma a qualcuno è riuscita. Anche i carri armati attaccavano, decimavano e se ne andavano. Mi vengono in mente giornate gelide con bufere di neve che soffiava contro il nostro volto, trasformando la nostra barba ormai lunga in tanti candelotti di ghiaccio, abbastanza caratteri siici, ma molto scomodi e piuttosto freddi. Camminando nella notte apparivano in lontananza i bagliori dei villaggi in fiamme e quei bagliori su quella distesa di candida neve, mi portavano alla mente le avventure di Michele Strogof, il Corriere dello Zar, che avevo letto quando ero ragazzo.   Quel ricordo mi riportò per qualche attimo nella mia casa a Bra, con i miei cari genitori, mia sorella e i miei fratelli col cuore colmo di gioia e mi diede più forza e coraggio di lottare per rivederli. Continuando la ritirata, giungemmo una sera in un villaggio dove riuscimmo a trovare posto in un'isbà per passare la notte; io avevo ancora un pezzo di pane e mi accovacciai in un angolo rosicchiandolo lentamente, era molto duro e non ricordo dove lo avevo recuperato. Vedo il mio amico Bofano che  mi guarda, gli chiedo se non ha niente da mangiare, mi risponde di no ed allora divido il mio pezzo con lui; mi ringrazia ed insieme continuiamo a lottare.

Questo episodio mi ricorda un altro simile avvenuto successivamente e che racconto di seguito per meglio far capire in quale situazione ci trovavamo. Una sera, sempre seguendo la colonna, mi ritrovai dove eravamo passati 5/6 giorni prima e quando ne ebbi la conferma il mio morale crollò e svaniva la mia speranza di uscire dalla cerchia. Mi fermai in un'isbà e mi trovai vicino al Maresciallo Venturi e cominciammo a parlare della situazione. Ad   un certo punto tirò fuori una borraccia, bevve qualche sorso e me ne offrì, era anice che aveva recuperato nel magazzino di Rossosk. Il calore dell'alcol mi rincuorò, lo ringraziai e ci facemmo coraggio a vicenda. Faccio un salto nel tempo arrivando a guerra finita ad una delle adunate dei reduci dove mi capitò di incontrare sia il Maresciallo Venturi che l'amico Bofano ed insieme ricordammo il bene che mi aveva fatto il sorso di anice offertomi in quel difficile momento e l'aiuto del tozzo di pane condiviso quella sera nell'isbà. Ognuno ricordava quanto aveva ricevuto, non quanto aveva dato. Così eravamo.

Il tempo credo non ci abbia cambiati, siamo rimasti come allora, forgiati dai nostri vecchi genitori che ci hanno insegnato a non toccare neanche un ago che non sia tuo, perché allora il brigante Del Pero iniziò col rubare un ago per poi passare a ruberie maggiori fino a quando fu preso dalla guardia Menghi e condannato all'impiccagione nella piazza della stazione di Bra. Questi saggi insegnamenti avuti dai cari genitori ci hanno accompagnato per tutta la vita e se si vuole un mondo in pace occorre avvicinarsi gli uni agli altri. Così eravamo. Mi  sono allontanato un poco dal  racconto, ma ora ritorno a parlare di  come riuscivamo ad alimentarci. Il problema della fame era comune a tutti i componenti la colonna, per cui a volte qualcuno uccideva un cavallo o un mulo che era servito fino ad allora al trasporto per farne cibo e non morire di fame. Anche noi con i coltelli tagliavamo carne da questi poveri animali fedeli e ne mangiavamo a volte anche cruda per attenuare i morsi della fame. Andò meglio quando il nostro gruppo trovò un maialino che fu messo a cuocere in acqua senza sale (era impossibile trovarne) e cominciammo a mangiarlo prima che fosse del tutto cotto trovandolo più gustoso del mulo. Riuscimmo a trovare anche dei polli che mangiavamo volentieri arrostendoli sul fuoco. Con la fame non c'era problema di gusto, si doveva tirare avanti. Continuando la ritirata lottando contro la fame e il freddo venimmo a conoscenza che nella zona di Popowka il gruppo Val Po era stato attaccato dai Russi perdendo completamente una Batteria, mentre a Nowa Postolajowka il Gruppo Mondovì perse tre Batterie 10°-11°-12° con i loro Capitani e parte della Divisione Cuneense e della Julia, vennero catturate dalle truppe russe  nella zona di Valuiki ed avviate verso la prigionia.

La Divisione Tridentina,   ebbe l'ordine di non dirigersi più a Vauiki e affrontò la famosa battaglia    di Nikolajewka. Si doveva uscire dalla vallata, attaccando le postazioni dei Russi sull'altura verso il paese. Con l'enorme massa di militari che formavano la colonna al seguito, si riuscì a sfondare (poco con le armi, molto con il corpo a corpo) lasciando sul terreno moltissimi morti e feriti. Anche noi che eravamo incolonnati al seguito della Divisione Tridentina, senza alcun preavviso, partecipammo alla battaglia di Nikolaiewka e riuscimmo ad uscire dalla sacca insieme ai reparti della Divisione e a dirigerei verso Schebekino. Devo dire che non può essermi mancata la protezione della nostra Madonna dei Fiori, in quanto solo in pochi riuscimmo a venir fuori da quella vallata senza essere colpiti da chi sull'altura sparava con facilità su chi tentava di salire. Mia sorella aveva portato le foto di noi tre fratelli che ci trovavamo in zona di guerra al Santuario della Madonna dei Fiori chiedendo la grazia di farci tornare ed anche con l'aiuto del Buon Gesù tornammo tutti e tre a casa. Purtroppo nella battaglia di Nikolajewka il nostro gruppo si scompose e non ci ritrovammo più insieme, ma proseguivamo sempre in colonna, ma in punti diversi, Si era usciti dalla cerchia, ma i mezzi corazzati russi e le truppe russe continuavano a seminare morte. Si era allo stremo delle forze alcuni camminavano tanti si trascinavano; ad un certo punto vedo alla mia sinistra un viso che mi sembrava conosciuto, lo guardo ancora e poi chiedo in dialetto piemontese: "non sei Renzo Braida?" e lui "tu chi sei?". Sono Giovanni Battista Fissore rispondo sempre in piemontese: Sei molto dimagrito- mi dice, ma non rispondo a questa osservazione poiché anch'io prima di riconoscerlo ho dovuto guardarlo più di una volta. Proseguiamo insieme il cammino scambiandoci i nostri pensieri sulla situazione del momento e previsioni future. Mi rimase impresso quanto mi aveva detto in piemontese - non andiamo più a casa a vedere i nostri- ed in questi momenti, parole del genere distruggono il morale - per trovare il coraggio di andare avanti non dovevamo pensare al peggio.

Arrivammo alla periferia di un villaggio di isbe dove i russi si erano appostati e sparavano a noi che cercavamo riparo correndo da un'isbà ad un'altra sperando di non essere colpiti e così fino all'uscita del villaggio. In questo spostamento persi contatto con Renzo e non lo vidi più, però ero convinto che anche lui fosse passato come quasi tutti noi. Arrivammo alcuni giorni dopo a Romny, villaggio con stazione ferroviaria, dove riuscii a salire su una tradotta di quattro vagoni che ci portò a Leopoli (allora polacca) e qui in un ospedale dove ricevemmo il primo piatto caldo che consisteva in una minestra di miglio. Restammo alcuni giorni in ospedale e poi quelli di noi in condizioni fisiche migliori,fummo trasferiti in Italia nella zona di Dobbiaco dove restammo per un po' di giorni in osservazione. Riuscii così  a mandare una cartolina   ai miei che da tanto tempo non avevano mie notizie scrivendo solo i saluti ed un arrivederci a presto. Non potevo raccontare poco, avevo tanto da dire, ma bastò per far gioire prima mio padre, il quale ogni mattina andava alla posta per vedere se erano arrivate mie notizie, poi il resto della famiglia. Terminato questo periodo ci mandarono a casa con una licenza di 30 giorni. Mi ritrovai a casa con i miei cari genitori, fratelli e sorella e tanti amici che venivano a festeggiare il mio ritorno, ma non mi riuscì subito di condividere la loro gioia perché la mia mente era ancora affollata dalle orrende scene di guerra, dai mesi di ritirata dove ci trascinavamo distrutti dalla fame e dal freddo,  morti sparsi sul cammino e volti di amici non più ritornati. Così dopo qualche ora che ero a festeggiare il mio ritorno, sentii la necessità di uscire di casa, prendere un sentiero di campagna  e camminare nel silenzio della natura in mezzo ad alberi e campi di grano per attutire il contrasto che si era formato nella mia mente tra il dolore passato e la gioia presente.

Non mi è facile rendere chiaramente l'idea di come ci si sente ed auguro a tutti che in futuro nessuno abbia più a provare tanta sofferenza. Terminata la licenza, rientrammo a Cuneo nella nostra caserma e la Divisione Cuneense venne ricostituita.

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